? Ettore Majorana - Di Renzo Editore

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"Diventavo "uno". Io. Io che mi volevo così. Io che mi sentivo così. Finalmente... Non più "Gengè". Un altro. Avevo proprio voluto questo.

Luigi Pirandello (Uno, nessuno e centomila, 1926)

 

A quasi settant'anni dalla "scomparsa" rimane fitto il mistero su uno dei più grandi scienziati del nostro tempo


di Cinzia Bianchino

Suicidio o fuga? Rapimento ad opera dei servizi segreti americani o ritiro spirituale in un monastero? Queste sono solo alcune delle ipotesi formulate e sviluppate intorno alla misteriosa (per alcuni geniale) scomparsa del fisico catanese, avvenuta il 26 marzo del 1938.
Le ultime lettere che Ettore Majorana scrive all’amico e collega Antonio Carrelli, professore di fisica sperimentale e direttore dell’Istituto di Fisica di Napoli, non contribuiscono a dipanare il mistero che, a quasi settant’anni da quel giorno di marzo in cui Majorana scomparve senza lasciare tracce, continua ad aleggiare sulla vicenda . “Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti…”. Sembra la lettera di un suicida, benché Majorana non faccia alcun cenno esplicito all’intenzione di porre fine alla propria vita, e l’uso del generico termine “scomparsa” accentua l’ambiguità. Questa lettera viene sconfessata immediatamente dopo dallo stesso Majorana con un telegramma urgente in cui chiede a Carrelli di non prendere in considerazione quanto scrittogli in precedenza. Un’altra lettera all’amico, l’ultima, è più esplicita, in essa la lacerazione interiore di un uomo che si dimena tra il desiderio di vivere e la pulsione di morte sembra risolversi a favore della vita: “Caro Carrelli, spero che ti siano arrivati insieme la lettera e il telegramma. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, ... Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli”. I fatti, però, smentiscono l’epilogo che sembrava essere preannunciato dalle ultime sue parole. Non c’è stato il ritorno, e per alcuni, forse, nemmeno la partenza da Palermo. C’è chi, infatti, ha creduto di individuare uno dei più celebri fisici del ‘900 nel clochard che, particolarmente avvezzo alle materie scientifiche, vagabondando per la Sicilia, risolveva complicati problemi agli studenti. Per altri, invece, è proprio nelle profondità del mare che va cercata la fine di questa storia, benché il mare non ne abbia mai restituito il corpo.

Da ciò che lo stesso Majorana scrive a Carrelli a proposito della sua scomparsa -“Non c’è in essa un solo granello di egoismo”- prende spunto, invece, l’ipotesi che il giornalista Bruno Russo sviluppa nel suo saggio “Ettore Majorana. Un giorno di marzo”. L’assenza di egoismo concepita come annullamento del sé, sarebbe stata, per dirla alla Schopenhauer - alla cui lettura Majorana si era dedicato negli anni immediatamente precedenti alla sua sparizione - l’unica forma di salvezza per l’uomo che diviene consapevole dell’“orrore dell’essere” e che arriva così ad allontanare da sé “l’avida volontà di vivere”.

L'intenzione di suicidarsi sembra far capolino anche nella lettera che Majorana lascia ai propri cari. “Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi”. Ma i suoi familiari non prestano fede all'ipotesi del suicidio, poiché a loro dire il rigore morale e la severità con cui Majorana aveva condotto la propria esistenza e i propri studi mal si conciliavano con la personalità di chi arrivi a prendere in considerazione il suicidio. Essi si indirizzano, invece, sulla pista del ritiro a vita monastica, tanto che la madre decide di scrivere una lettera a Papa Pio XII per sapere se Ettore fosse vivo. È questa poi l’ipotesi sostenuta anche da Leonardo Sciascia nel suo romanzo “La scomparsa di Majorana”. Il ritiro spirituale in un convento dell’Italia meridionale sarebbe stato sia un ritorno a quella gioventù, durante la quale Majorana aveva frequentato a Roma un istituto dei gesuiti, sia l'approdo del dramma morale, scaturito dal conflitto tra la scienza da una parte e i risvolti sull’umanità delle scoperte scientifiche dall’altra (ad esempio quelli relativi agli studi sulla fissione nucleare che stavano effettuando, sotto la guida di Enrico Fermi, i “ragazzi di Panisperna”). Era d’altronde Majorana personalità dalla spiccata “tendenza a precorrere i tempi che in qualche caso ha quasi del profetico”, come disse di lui il fisico Edoardo Amaldi.

Altri risvolti della faccenda profilano un’incongruenza con la supposizione del suicidio: il prelievo di una cospicua somma di denaro dal conto corrente di Majorana pochi giorni prima della sua scomparsa, e la sparizione del suo passaporto. Depistaggi dello stesso Majorana o preludio di una fuga, come hanno sostenuto alcuni, anche sulla base di presunti avvistamenti intorno agli anni ’60 del fisico in Argentina?

Dall’ultima lettera che Majorana scrive a Carrelli emerge anche un altro suo proposito, quello della rinuncia alla cattedra di fisica teorica all’Università di Napoli, assegnatagli nel 1937 per “alta fama di singolare perizia”. Nella lettera si legge, infatti, “Ho però intenzione di rinunziare all’insegnamento.” Che Majorana fosse animo schivo e restio ai discorsi in pubblico era risaputo, ma l’insegnamento era tutt’altra cosa, e Majorana, infatti, aveva mostrato passione e interesse per la didattica, attività da lui svolta in modo originale non solo nei metodi, ma anche nei contenuti, che la sua creatività di ricercatore gli dettava. Questa decisione, che segue il ritorno alla vita ("Il mare mi ha rifiutato") induce a ipotizzare un dissidio profondo che travalica il dramma individuale ("Non vi è in essa un solo granello di egoismo"). Forse, i contorni di tale conflitto si possono cogliere negli appunti della sua prima lezione all’università, dai quali emerge da parte dello scienziato il superamento dello scetticismo allora diffuso nei confronti della meccanica quantistica e del principio di indeterminazione formulato dal fisico tedesco Werner Heisenberg. Il principio sovvertiva il paradigma della fisica classica, nella quale il rapporto tra la causa e l’effetto è certo, assoluto e prevedibile. Lo scetticismo traeva origine anche dall’inaccettabilità di una sorta di casualità di origine divina - a cui il nuovo principio fisico sembrava rimandare - e, dunque, nel rifiuto dell’idea di un “Dio che gioca a dadi con il mondo”, come dichiarò lo stesso Albert Einstein, che avversò il principio di indeterminazione per tutta la sua esistenza. Il nuovo paradigma con cui si concepiva il mondo della natura e i suoi fondamenti avrebbe potuto in qualche modo implicare il riconoscimento del ruolo del caso nei fenomeni naturali e quindi, forse, il delinearsi di un Dio non più “causa prima”, o addirittura la sua scomparsa dall’orizzonte ontologico. Majorana oltre che un fisico di grande ingegno era anche un uomo di fede profonda, e possiamo ipotizzare che se si fosse trovato nella condizione di dover scegliere tra la "verità" della scienza quantistica e il valore della fede (in un Dio concepito alla maniera tradizionale), avrebbe forse preferito scegliere il ritiro dall’insegnamento della scienza, la solitudine, o Cristo, proprio come Satov, il personaggio de “I Demoni” a cui Dostojevsky fa dire “Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e fosse realmente così, che la verità fosse fuori di Cristo, io preferirei rimanere con Cristo piuttosto che con la verità”. Ma questa è solo una congettura che si aggiunge alle numerose altre, e quel che è certo, invece, è che un grandissimo scienziato, accostato a Galileo e Newton per altezza d'ingegno, si è volatilizzato nel nulla, lasciando dietro di sé come un’unica traccia nient’altro che un mistero indissolubile.

Cinzia Bianchino