? Ettore Majorana - Di Renzo Editore

Articoli e Recensioni - 2001

"Perchè, vede, al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C'è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galileo e Newton. Ebbene, Ettore era uno di quelli.

Majorana aveva quel che nessuno altro al mondo ha.

Enrico Fermi

 

Libero, giovedì 11 gennaio 2001, pag. 27

Ettore Majorana

L'improvvisa e misteriosa scomparsa del professore di Fisica Teorica catanese è rievocata in un libro, "Il caso Majorana", scritto da Erasmo Recami per la Di Renzo Editore. Avvalendosi di un ricco epistolario e di documenti e testimonianze inedite, il volume getta nuova luce su questo intricato mistero italiano.


Il Giornale, martedì 16 gennaio 2001, pag. 29, Cultura e Spettacoli

Majorana – Sulle tracce del ragazzo di via Panisperna

Erasmo Recami


Perché occuparci di Ettore Majorana? Solo perché è sparito misteriosamente? Non ne varrebbe la pena: non è certo il solo ad essere scomparso. È invece quasi un dovere culturale interessarsi al suo caso, perché Majorana è stato probabilmente il più grande fisico teorico del secolo or ora trascorso: e non solo d’Italia. Secondo le parole di Enrico Fermi, «ci sono geni, come Galileo e Newton; ebbene, Ettore era uno di quelli».

È importante ricordare che l’autore di questa impegnativa dichiarazione, Enrico Fermi, non è soltanto uno dei maggiori fisici della nostra epoca, ma è colui che, per quello che ha fatto nel 1942 a Chicago (con la costruzione della prima «pila atomica», controllando cioè l’energia nucleare), diverrà forse leggendario come Prometeo. Eppure Fermi riconosceva la superiorità del Majorana per la fisica teorica; e, rivolgendosi al primo ministro dell’epoca (Mussolini), scrisse:«Io non esito a dichiararvi che fra tutti gli studiosi italiani e stranieri che ho avuto occasione di avvicinare, il Majorana è quello che per profondità mi ha maggiormente colpito».

Verso la fine del 1937, il ministro dell’Educazione nazionale, Giuseppe Bottai, comunica ad Ettore Majorana la nomina a professore presso l’Università di Napoli «per l’alta fama di singolare perizia cui è pervenuto», fuori concorso cioè, e sulla base di una legge già usata per attribuire una cattedra universitaria a Guglielmo Marconi.

Ettore accetta, si dedica con passione all’insegnamento, ma dopo pochi mesi – all’età di 31 anni – decide di scomparire; invia infatti al direttore dell’Istituto di fisica di Napoli la seguente lettera: «Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti».

Ettore commette suicidio? È possibile, certamente. Ma, tra le poche ipotesi che reggono ad un’analisi critica, la più probabile è che abbia deciso di tagliare i ponti con tutta la sua vita passata (compresa la famiglia, e la scienza ufficiale) onde ritirarsi in un luogo appartato. Prima di sparire, ad esempio, intasca il passaporto e – tutto in una volta – lo stipendio dei suoi primi mesi di docenza universitaria. Forse si ispira a Pirandello, suo conterraneo, che fa pronunciare al personaggio Mattia Pascal queste parole: «Chissà quanti sono come me, nelle mie stesse condizioni. Si lascia il capello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto d’un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va via tranquillamente: in America o altrove».

Perché Ettore fa questo? A partire dai primi anni Settanta, in ca. trent’anni, ho avuto occasione di raccogliere al riguardo documenti e testimonianze. Fin da quando ritrovai (insieme con Maria, sorella di Ettore) l’epistolario di Majorana, rimasto celato sino ad allora, dal 1938, in una cassaforte famigliare. Quasi tutti i documenti apparsi sulla stampa, non escluse le fotografie, sono stati rintracciati da chi scrive che a suo tempo ne trasmise una parte a Leonardo Sciascia, in procinto di scrivere il suo lucido saggio sulla questione.

E alla fine, in accordo con la famiglia Majorana, si è deciso di pubblicare un libro, che nella seconda parte riportasse – appunto – tutti i documenti noti. Lasciando le conclusioni alla sensibilità del lettore.
I documenti sono infatti numerosi e avvincenti; il «caso Majorana» si configura come un vero giallo, e di alto livello: dato che vi prendono parte scienziati e personaggi della cultura famosi, capi della polizia, ministri. Ma tali documenti non dicono tutto. Anche se alcuni dei più seri parlano di una sopravvivenza di Ettore in Argentina; proprio come meditava di fare il pirandelliano Mattia Pascal, quando si leggano le righe immediatamente successive alla precedente citazione!

Sciascia nel suo libro, al quale teneva molto, immagina che Ettore si sia chiuso nel medesimo convento in cui si è ritratto il pilota che sganciò la bomba atomica su Hiroshima. Ma che si trattasse di una finzione poetica lo dichiarò in fondo lui stesso, narrandoci dell’indignazione che lo prese quando un giorno, a tavola, ascoltò Emilio Segré vantarsi di avere costruito la bomba A (mentre Moravia – pure presente – gli dava gli dava gomitate sotto il tavolo). Segré aveva i suoi torti, ma anche le sue ragioni. Comunque Sciascia decise di prendere il grande, sensibile e timido Majorana quale emblema dello scienziato che rifugge da qualsiasi applicazione tecnologica pericolosa.

Qui si tocca un problema vecchio quanto l’umanità: vale la pena imparare a controllare il fuoco, a inventare e costruire il coltello, o la dinamite, o il computer? Essi possono essere usati a fin di bene, o a fin di male; ma questo è un argomento che merita di essere trattato a parte.

Qui vogliamo solo accennare a un’ultima questione, che ci sta a cuore. Il giorno prima della scomparsa, Ettore consegnò alla sua studentessa più intelligente, più vivace e più bella (ora professoressa Gilda Senatore) una cartelletta con dei suoi manoscritti, dicendo:«Li tenga lei. Poi ne riparleremo». Probabilmente tra quelle carte c’era almeno uno degli articoli scientifici scritti da Ettore, e mai pubblicati; dopo il 1933, infatti, Majorana aveva continuato a lavorare assiduamente, ma senza più pubblicare quasi nulla; e dai nostri documenti risulta che si trattava di lavori che sarebbero della massima importanza anche per la Fisica di oggi.

Quei manoscritti, purtroppo, finirono nelle mani del direttore dell’Istituto fisico di Napoli (professor Antonio Carrelli) e poi si persero. Sarebbe molto più importante risolvere il mistero di quelle carte, che non il mistero della vita di Ettore Majorana.

(Erasmo Recami, Il caso Majorana, Di Renzo Editore)


“Libero”, venerdì 26 gennaio 2001, pag. 18, Cultura

Ettore Majorana ritrovato a Buenos Aires

Giovanni Longoni


Lo scienziato italiano allievo di Enrico Fermi non si sarebbe ucciso nel 1938. Documenti inediti raccolti in volume ne testimoniano la presenza in Argentina
Domenica 27 marzo 1938 Ettore Majorana, brillante scienziato del “gruppo di Roma” che faceva capo a Enrico Fermi, professore a soli 31 anni di Fisica Teorica «per l’alta fama di singolare perizia», lascia l’albergo di Palermo dove ha trascorso gli ultimi due giorni, dopo aver lasciato misteriosamente Napoli (sede della sua cattedra universitaria). Ha prenotato una cuccetta sul postale che dovrebbe riportarlo nella città campana. Questa è l’ultima certezza che abbiamo: di lui, infatti, si perdono le tracce. Nei giorni precedenti la “fuga”, Majorana aveva scritto alcune lettere a parenti e colleghi lasciando intendere di volersi uccidere. Ma del suo corpo non è mai stata trovata traccia; anzi, gli indizi della sua presenza – a Napoli, in Sicilia, in Sudamerica – hanno preso a moltiplicarsi. È un giallo che non finisce di appassionare.
Erasmo Recami, docente di Fisica e struttura della materia e storico della scienza, è uno dei più tenaci segugi delle vicende legate alla misteriosa sparizione. Lo stesso Sciascia si era basato su documenti scovati da Recami per il suo fortunato “La scomparsa di Majorana” che nel 1975 riaccese la curiosità attorno alla vicenda dello scienziato. Oggi Recami pubblica il risultato delle sue investigazioni, durate decenni nel libro “Il caso Majorana. Epistolario, documenti, testimonianze” (Di Renzo Editore).


La Repubblica, domenica 28 gennaio 2001, pag. 35, Cultura

Majorana - Indagine su una scomparsa misteriosa

Franco Prattico


«Al mondo vi sono varie categorie di scienziati, gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno molto lontano. C'è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galilei e Newton. Ettore era uno di questi». Il soggetto è Ettore Majorana, e chi ne parlava così era Enrico Fermi, uno che di "genio" se ne intendeva (e del quale tra qualche mese si celebrerà il centenario della nascita), che prima ancora della misteriosa scomparsa del grande fisico siciliano, commentava: «Ettore Majorana ha al massimo grado quel raro complesso di attitudini che formano il fisico teorico di gran classe...uno dei più forti ingegni del nostro tempo».
A poco più di sessant'anni dalla sua misteriosa scomparsa, avvenuta il 27 marzo 1938, durante la traversata tra Palermo e Napoli, dove Majorana aveva la cattedra di fisica teorica, conferitagli per "meriti eccezionali", sulla sparizione del grande scienziato siciliano continuano a intrecciarsi ipotesi e ricostruzioni più o meno romanzesche, come quella, celebre, di Leonardo Sciascia. C'è chi lo vuole nascosto in un convento, in preda a una improvvisa crisi mistica, chi fuggito in Argentina (dove c'è ancora chi sostiene di averlo incontrato). Naturalmente, data l'importanza della figura scientifica di Majorana, a quei tempi impegnato alle frontiere della neonata fisica quantistica, in prima linea a cercare di sciogliere l'enigma della sua scomparsa sono proprio gli uomini di scienza; e tra questi, in Italia, principalmente Erasmo Recami, docente di struttura della materia presso l'Università di Bergamo, che ha dedicato gran parte del suo tempo (ha insegnato anche a Catania e in Brasile, a Campinas, e si è occupato lungamente di velocità ultrarelativistiche) alla raccolta di documenti e informazioni sugli ultimi anni di attività di Majorana.
Lodevolmente un piccolo, coraggioso editore romano, Di Renzo Editore, ha pubblicato l'ultima fatica in questa direzione di Recami: Il caso Majorana (pagg. 275, 12.39 €), un volume che raccoglie non solo un'accurata ricostruzione degli ultimi giorni del grande scienziato siciliano tra Napoli e Palermo, ma anche l'epistolario, i documenti e le testimonianze di colleghi, amici e familiari di Majorana, e anche numerose foto di famiglia, tracciando così un quadro della vicenda "gialla", ma anche della figura e almeno in parte della psicologia di questo purtroppo perduto genio scientifico italiano.
Nato a Catania nel 1906, Majorana era un meridionale tipico, "un saraceno" lo definì Edoardo Amaldi: magro, asciutto, non alto (1,68), viso lungo e olivastro, occhi scuri vivaci, capelli neri. Il suo carattere introverso, ipercritico e inquieto lo rendeva, secondo Recami, un personaggio un po' pirandelliano. Secondo un altro grande scienziato italiano recentemente scomparso, Bruno Pontecorvo, lo stesso Fermi (che non era né tenero né facile agli entusiasmi) lo riteneva «il più grande fisico teorico dei nostri tempi». Entrò, sia pure non stabilmente, a far parte di quel gruppo dei "ragazzi di via Panisperna" capeggiato da Fermi e composto da Rasetti, Amaldi, Segrè, D'Agostino e Pontecorvo, che doveva passare alla storia della scienza come una delle équipe più creative della prima metà del secolo. Nel gruppo Fermi era "il Papa" e Majorana venne soprannominato "l'Inquisitore", per la sua mente critica e acuta priva di complessi nei confronti di chiunque (non esitò in una lettera dalla Germania a definire il grande Bohr, uno dei fondatori della fisica quantistica, "sensibilmente rimbambito").
Majorana era un personaggio "strano", taciturno, chiuso. Una parentesi di studio e lavoro a Lipsia e poi a Copenaghen (proprio al fianco di Bohr) non ne migliorò il carattere: lo testimoniano le lettere ai familiari e a qualche raro amico. L'impressione che si ricava da queste testimonianze è quella di un uomo a disagio nel ruolo che la vita (e in un certo senso anche le aspettative familiari, dei compagni e del suo maestro Fermi) gli affidava: appunto, quello di genio. br>Recami, come tutti gli altri scienziati, esclude l'ipotesi che Majorana si fosse reso conto già allora con notevole anticipo, entrando perciò in crisi, dei possibili usi bellici dell'energia nucleare, anche se secondo una testimonianza della sorella Maria, avrebbe dichiarato una volta che "la fisica è su una strada sbagliata". Ma «se davvero», scrive Recami, «Majorana avesse temuto la liberazione dell'energia nucleare, avrebbe pure capito di potere essere più utile alla sua causa da vivo che da morto». Forse la scienza non lo emozionava più. Ma era la strada alla quale lo costringevano anche i successi delle sue ricerche anticipatrici e le stesse premure (forse un po' soffocanti) dei familiari e principalmente della madre (una tipica madre mediterranea, che è vietato deludere...) alla quale usava dare conto anche delle volte che ricorreva alla lavanderia per la biancheria personale e di ogni altro suo movimento. Insomma, un genio per forza, anche per non deludere l'altolocata e meridionalissima famiglia.
Sotto la pressione di una mente eccezionale, Majorana - che non è da escludere aspirasse dentro di sé a una pacifica mediocrità, e certamente alla solitudine e al silenzio - si sentiva probabilmente a disagio nell'abito che gli avevano cucito addosso: e se ciò fosse vero, proprio in questo sarebbero le radici della sua introversione, della scarsa comunicativa, dell'astrarsi dal mondo. In ciò simile a un'altra delle grandi menti del secolo scorso, Kurt Gödel, che però ebbe la fortuna, contrastata a lungo dai suoi familiari, di trovarsi accanto una compagna dolce e comprensiva che lo accompagnò e lo aiutò per tutta la vita, nonostante i suoi sbalzi d'umore e le sue manie; mentre a quel che risulta Majorana, nella sua breve vita, non ebbe mai un amore che lo estraesse dalla cerebrale e creativa solitudine.
Non era né umorale né passionale: amava l'ordine, la precisione, l'organizzazione. E forse in questo è il motivo dominante di una celebre lettera a Segrè dalla Germania del 1933, dove minimizza la questione ebraica: «Qualcuno afferma che la questione ebraica non esisterebbe se gli ebrei conoscessero l'arte di tener chiusa la bocca (sic!), ma la posizione attuale degli ebrei in Germania non è così grave come potrebbe apparire di lontano. (?) Nel complesso è lecito guardare all'avvenire degli ebrei tedeschi con un certo grado di ottimismo...». In realtà, come dimostrano altre lettere, Majorana era ferocemente antirazzista (scriveva con disprezzo di «quella sciocca ideologia della razza») e non ammirava affatto la Germania nazista, come qualcuno ha scritto. Ma certamente ammirava l'ordine e l'efficienza di quel paese.
Fuga o suicidio? Il libro di Recami non fornisce naturalmente una risposta. Ma è senza dubbio significativo che Majorana fosse rimasto profondamente colpito dal suicidio di un altro grande fisico olandese, Paul Ehrenfest, di cui a Lipsia era divenuto amico, e dalla morte del padre, l'anno successivo.
Il 25 marzo 1938 Majorana manda una lettera al direttore dell'Istituto di fisica dell'Università di Napoli, Antonio Carrelli, nella quale annunzia di avere preso una decisione «ormai inevitabile» e chiede scusa per i problemi «che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti». Sul tavolo della sua stanza d'albergo a Napoli lascia una lettera ai familiari, chiedendo che non si vestano di nero e si imbarca sul postale per Palermo. Il giorno dopo è a Palermo e di lì spedisce a Carrelli un telegramma nel quale annulla il contenuto della lettera spedita il giorno prima e gli indirizza una lettera nella quale afferma: «Il mare mi ha rifiutato». E gli comunica invece la sua intenzione di rinunziare all'insegnamento. La sera successiva prenota un posto in cabina sullo stesso vapore con cui è arrivato a Palermo, che arriva a Napoli la mattina successiva. Da quel momento si perde ogni traccia di Majorana.
Alcune testimonianze, che Recami riporta diligentemente, qualificandole come "serie", parlano di una successiva presenza di Majorana a Buenos Aires. Naturalmente, senza conferme certe. Insomma, il mistero sulla scomparsa del giovanissimo (aveva 32 anni) scienziato permane: suicidio o fuga? In ogni caso un'assenza che ha pesato, e forse pesa ancora, sulla cultura e sulla ricerca scientifica italiana. E che Recami ha avuto il merito di ricordarci.


La Stampa-Tuttoscienze, mercoledì 31 gennaio 2001, pag.4

Majorana astronomo dilettante

Amilcare De Leo

Ancora oggi la scomparsa del grande fisico Ettore Majorana rimane sconcertante e misteriosa, nonostante le ricerche affannose della polizia fascista allora e le più recenti congetture di Erasmo Recami, del quale l’editore Di Renzo ha appena pubblicato «Il caso Majorana. Epistolario, documenti, testimonianze» (Di Renzo Editore, Roma, 270 pagine, 12.39 €).
Ma se il mistero rimane – e riteniamo stia nell’uomo più ancora che nello scienziato – affiorano particolari biografici poco noti. Durante l’iter della sua breve vita, scopriamo per esempio, un Majorana appassionato di astronomia. Anche suo fratello Luciano, ingegnere civile, specializzato in costruzioni aeronautiche, si dedicò poi alla progettazione e alla costruzione di strumenti per gli osservatori di Monte Mario (Roma), del Gran Sasso (L’Aquila) e dell’Etna (Catania). La sorella Maria parlando di Ettore così si esprime (Recami “Il Caso Majorana):«…Ho molti ricordi d’infanzia. D’autunno andavamo in villeggiatura sull’Etna. Nelle notti senza luna Ettore mi indicava il cielo, le stelle, i pianeti: tutte le volte era una piccola lezioni di astronomia. Le sue parole mi tornano in mente ancora oggi, ogni volta che alzo lo sguardo verso il cielo stellato…Mi piace ricordarlo così, mentre mi invita a guardare il cielo e mi insegna a chiamare per nome le stelle».
Inoltre, grazie a un piccolo volume di Valerio Tonini («Il taccuino incompiuto: vita segreta di Ettore Majorana», Roma, Armando, 1984), abbiamo gustato un lungo saggio sulla «Concezione deterministica della natura che racchiude in sé una reale causa di debolezza nell’irrimediabile contraddizione che essa incontra con i dati più certi della nostra coscienza». Questo articolo (pubblicato postumo sulla rivista «Scientia» nel 1942) fu scritto in origine per una rivista di sociologia. Ma non fu pubblicato proprio per quella scontrosa timidezza che aveva l’autore ad aprirsi con gli altri. Questo lavoro, di cui trascriviamo testualmente una prima parte per poi invitare o stimolare i lettori a leggerlo integralmente, è stato conservato, come scrive Tonini, dalla amorosa cure del fratello: «È compito della fisica speciale lo scoprire volte per volta quanto occorre per l’uso effettivo dei principi della dinamica, cioè la conoscenza di tutte le forze in gioco. In un caso tuttavia è stato possibile trovare l’espressione generale delle forze che nascono fra i corpi materiali: nel caso cioè che questi siano isolati e agiscano quindi reciprocamente solo a distanza. In questo caso, a prescindere dalle forze elettromagnetiche scoperte posteriormente e che si manifestano però solo in particolari condizioni, l’unica forza agente si riduce alla gravitazione universale, la cui nozione fu suggerita a Newton dall’analisi matematica delle leggi di Kepler. La legge di Newton è tipicamente applicabile allo studio dei movimenti degli astri che, essendo separati da immensi spazi vuoti, possono effettivamente influenzarsi a vicenda solo per un’apparente azione a distanza. Come è noto, tale legge è realmente sufficiente per prevedere in ogni aspetto e con esattezza meravigliosa tutto il complesso svolgimento del nostro sistema planetario…».


Il Sole-24 Ore, domenica 4 febbraio 2001, pag. 27

Miracolo, Majorana ricompare in libreria

Finalmente risolto il giallo di Ettore Majorana, lo scontroso allievo di Fermi svanito nel nulla in una notte di marzo del 1938. Non era emigrato in Sudamerica, né aveva trovato un rifugio in qualche convento: si era perso in libreria, e vagava da anni nei magazzini dei remainder's. A ritrovarlo, nella penombra di uno scantinato di Segrate, è stato Erasmo Recami, un fisico che ha dedicato la sua esistenza, oltre che alla struttura della materia, alla vicenda dello scienziato scomparso. Ne è nato un libro, Il caso Majorana, pubblicato da un piccolo e coraggioso editore, Di Renzo Editore: così coraggioso da gabellare per nuovo un volume che era già uscito (a parte qualche impercettibile variante) negli Oscar Mondadori (1991), a sua volta versione "riveduta e ampliata" di una prima edizione nelle Scie (1987). Numerosi recensori (compreso Pippo Baudo) sono caduti nel tranello o sono stati al gioco, inneggiando all'"ultima fatica" di Recami. Se di ultima fatica davvero si tratta; il Nostro ha avuto tempo di riposarsi: certo più di quanto ci si aspetterebbe da uno che insegue le "velocità ultrarelativistiche" sulle orme di Star Trek.


"Il Centro", venerdì 9 febbraio 2001, Cultura e Società

Caso Majorana, enigma senza soluzione

La scomparsa dell'allievo di Fermi ritorna in un libro di Recami

Marco Tabellione


Fra i tanti misteri non risolti che tormentano il mondo della scienza e della cultura il caso Majorana forse è fra i più affascinanti, per la componente umana e psicologica messe in gioco dalla scomparsa del grande fisico catanese, allievo di Enrico Fermi, ma anche per il significato di rifiuto di tutta una civiltà che l'atto dello scienziato potrebbe recare in sé. Così, nonostante i 63 anni trascorsi dalla uscita di scena di Ettore Majorana, scomparso a 33 anni nel 1938, la sua vicenda continua a destare curiosità, almeno quanto quella dell'economista pescarese Federico Caffè, sparito nel nulla a Roma nell'aprile del 1987.
Per soddisfare le curiosità e per cercare di offrire qualche risposta all'enigma, Erasmo Recami ha ricostruito l'intera vicenda, dopo anni di ricerche trascorse a raccogliere testimonianze e prove, ora raccontate nel volume «Il caso Majorana: epistolario, documenti, testimonianze», edito da Di Renzo Editore (12.39 €, 273 pagine). Fondamentali, per ricostruire gli avvenimenti che hanno portato Majorana ad eclissarsi - nel marzo 1938 su una nave della Tirrenia che lo riportava da Napoli in Sicilia - sono le lettere, che Recami ha attentamente riordinato nel tentativo di svelare attraverso di esse il mistero dello scienziato. Importante, da questo punto di vista, sono le ultime lettere mandate da Majorana, come la missiva indirizzata ad Antonio Carrelli, direttore dell'Istituto di fisica della Regia Università di Napoli, in cui Majorana afferma: «Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti».
Accurata poi è stata la raccolta da parte dell'autore delle testimonianze dell'epoca, da quelle di chi ha visto il fisico l'ultima volta a bordo di un piroscafo della Tirrenia, a quella di chi all'epoca consigliò il fratello di Majorana, Luciano, di cercare lo scienziato in qualche convento, anche se le prove di cui i detective di allora disponevano sembrano scartare l'ipotesi di un simile rifugio. Uno dei meriti del libro di Recami, poi, è quello di ricostruire il ritratto umano di Majorana, come si rivela ad esempio dalle lettere inviate all'amico ingegnere Gastone Piqué, da cui si ricava anche «il temperamento gioviale», così spiega lo stesso Piqué «e caustico di Ettore, che molti in seguito gli hanno negato». Fra le tante testimonianze che arricchiscono il volume, non si può tacere quella di Enrico Fermi, maestro di Majorana nell'istituto di fisica di via Panisperna a Roma, che ebbe la possibilità di lavorare al suo fianco e apprezzarne le doti, paragonandolo a Galileo e a Newton. «Invero», si legge in una dichiarazione di Fermi sul fisico scomparso riportata sul libro, «nei pochi anni in cui si è svolta fino ad ora la sua attività, egli ha saputo imporsi all'attenzione degli studiosi di tutto il mondo, che hanno riconosciuto in lui uno dei più forti ingegni del nostro tempo». Resta il mistero sulle ragioni che spinsero Ettore Majorana ad eclissarsi e a rinunciare al mondo pubblico e scientifico. «I motivi di quell'abbandono», scrive Recami, «non erano impulsive, ma meditate e purificate».


galileonet.it, domenica 11 marzo 2001, Libri

Dov'è finito Ettore Majorana?

Francesca Garofoli


Dov'è finito Ettore Majorana? Sono in molti a chiederselo, ma il caso rimane ancora aperto e discusso. La notte del 27 marzo 1938 Majorana si imbarca a Palermo alla volta di Napoli, dove tuttavia al mattino del giorno successivo scompare nel nulla. A far pensare al peggio un telegramma, che il fisico aveva spedito due giorni prima dichiarando intenti suicidi. Poi una rapida smentita, sempre telegrafica, e dopo il silenzio.
Partendo da questi pochi indizi, il fisico Erasmo Recami si è messo sulle tracce di un fantasma, che da oltre cinquant'anni torna a infoltire il mistero. Qualcuno dice di averlo visto in Argentina. Qualcun altro di aver avuto notizia di una sua scelta clericale.
Figura storica del gruppo di via Panisperna, Majorana è diventato celebre proprio in virtù di queste ipotesi fantapolitiche. Ma in verità non era una celebrità, o almeno faceva di tutto per non esserlo.
E appunto all'uomo e allo scienziato, a com'era e chi era veramente Ettore Majorana, che Erasmo Recami ha dedicato il suo libro, "Il caso Majorana", ripubblicato dalla Di Renzo Editore con migliori risultati rispetto alla precedente edizione Mondadori passata del tutto inosservata.
L'autore ha esaminato e raccolto scrupolosamente prove e testimonianze sugli eventi di quella misteriosa notte e degli anni a venire, ma Recami non si lancia in nulla di più che non sia una scrupolosa cronaca giornalistica dei fatti. Esistono testimonianze che farebbero supporre una meditata fuga da parte di Majorana, non per scopi di controspionaggio - come a molti piacerebbe credere - ma per via di un'autentica crisi esistenziale.
Un uomo schivo, ma generoso. Così ce lo descrivono i familiari e gli amici. Un autentico genio, insofferente per la stupidità altrui e incapace di vincere la propria introversione, dicono Enrico Fermi e i colleghi di lavoro. Uno scienziato capace di anticipare i tempi e le scoperte, ma anche terribilmente restio a coltivare la propria immagine pubblica. Tant'è che dei contributi scientifici di Majorana si ha notizia molto spesso solo per testimonianza indiretta, poiché la sua scrupolosità quasi maniacale e la tendenza ad abbandonare una pista quando gli era ormai del tutto chiara gli impedivano sovente di mettere per iscritto le sue ricerche.
Così l'uomo che all'alba del 28 marzo 1938 scompare nel nulla è un uomo forse turbato dalla strada intrapresa dalla ricerca scientifica, che porterà di lì a poco Enrico Fermi a firmare il capitolo più importante e più tragico della fisica nucleare. O forse è semplicemente un uomo stanco di quella estenuante lotta condotta per creare un ponte, una comunicazione anche minima, tra la sua genialità e la banalità del mondo circostante.


La Gazzetta del Mezzogiorno, mercoledì 11 aprile 2001, Cultura & Società, pag. 23

Arcipelago di volumi meraviglie

Dalle «Avventure di mare e di scienza» di Paolo Budinich, ai tanti libri di matematica, fisica, arte…


di Gianfranco Dioguardi


Ho letto per caso, ma con appassionante interesse, L'arcipelago delle meraviglie. Avventure di mare e di scienza di Paolo Budinich attratto, soprattutto dall'insolito sottotitolo (Di Renzo Editore, pp. 126, 12.39 €). Sono rimasto affascinato dalla straordinaria vita del professore nato sull'isola di Lussino, che negli anni Sessanta portò avanti l'idea di creare a Trieste un grande Centro internazionale di ricerca in Fisica, sotto la bandiera delle Nazioni Unite: una sorta di copia della Scuola normale superiore di Pisa in grado di sfruttare strategicamente la posizione geografica della città e la sua centralità rispetto all'Europa.
Nel libro vengono raccontate le avventurose vicende e le battaglie diplomatiche che un evento così importante sempre inevitabilmente comporta. Si chiamò Ictp, «International Center for Theorethical Phisics», e doveva essere orientato anche verso i paesi del Terzo mondo. Per questo lo diresse Abdus Salam, pachistano, destinato a essere insignito nel 1979 del Premio Nobel per la Fisica insieme con Steven Weinberg e Sheldon Lee Glashow, proprio per le ricerche da lui condotte nell'ambito dell'istituzione triestina. Si racconta del sodalizio che Budinich stabilì con Salam, e sono straordinari i ricordi dei suoi incontri con i massimi fisici del mondo: Heisemberg a Gottinga; Wolfgang Pauli a Zurigo; Dirac, Oppenheimer e Kastler, premio Nobel per la scoperta del laser, a Trieste, sempre nel corso delle riunioni tenute all'Ictp. Si rivivono pagine inedite dell'esaltante mondo della fisica del Novecento attraverso la frequentazione diretta con coloro che ne furono i protagonisti. E poi, ancora, si partecipa alle ansie e alle aspettative che portarono alla fondazione della Sissa, la «Scuola Superiore di Studi Avanzati» di Trieste, creata il 6 marzo 1978 con il D.P.R. n. 102.
I racconti di scienza e di gestione delle importanti istituzioni si accompagnano ai ricordi del mare di Trieste, tanto amato in particolare per quel bellissimo arcipelago che lo caratterizza e che giustamente può essere definito delle «meraviglie». Il libro diviene così un vero e proprio «ricordo-rifugio a cui ricorrere in caso di bisogno, quando niente sembra più andare per il verso giusto». Il qual fatto ben rappresenta il «mestiere di vivere», tanto intensamente e proficuamente interpretato da Paolo Budinich. Un mestiere nel quale sono presenti anche tanti momenti di sconforto e di amarezza, come ciascuno di noi può ben testimoniare riferendosi alla propria esistenza.
Così incuriosito dall'affascinante racconto di questa avventura umana, piuttosto inusuale nella ordinaria editoria, mi sono interessato all'editore e agli altri suoi libri. Ho allora scoperto che Sante Di Renzo pubblica lavori di scienza (fra l'altro quelli dell'Accademia dei Lincei) e io stesso mi sono accorto di aver frequentato le sue edizioni in tempi oramai lontani quando, appassionato del grande filosofo della matematica Luigi Fantappié, avevo trovato i suoi lavori pubblicati proprio da Di Renzo. Lessi a quel tempo, di Fantappié, le Conferenze scelte (1992/3) e poi i Principi di una teoria unitaria del mondo fisico e biologico (1993) pubblicati nella «Collana Arcobaleno» dove, sugli stessi argomenti, si trovano anche i lavori di Giuseppe e Salvatore Arcidiacono, allievi del grande matematico.
Di recente, nella stessa collana, Di Renzo ha pubblicato altri due bellissimi saggi diventati grandi successi editoriali. Si tratta di Enrico Fermi e i secchi della sora Cesarina di Fabio Cardone e Roberto Mignani, e Il caso Majorana di Erasmo Recami. Per entrambi, i sottotitoli sono esplicativi del loro interesse: per Fermi: Metodo, pregiudizio e caso in fisica, che furono elementi fondamentali del successo degli esperimenti dei «ragazzi di via Panisperna»; mentre per quanto riguarda il mistero di Ettore Majorana, il libro nasce come Epistolario, documenti, testimonianze.
Ma il mio interesse maggiore era rivolto a quella innovativa «Collana i Dialoghi», dove ho trovato tanti altri libri bellissimi scritti da grandi personalità del mondo della scienza (per esempio Margherita Hack che racconta Una vita tra le stelle, e poi Giuliano Toraldo di Francia, Paul Davies, Ervin Laszlo, e tanti altri fino allo stupefacente L'importanza di essere imprevedibili di Freeman Dyson), dell'economia (come Christopher Freeman e il nostro Sergio Ricossa), dell'arte (molto interessante la testimonianza intervista di Federico Zeri).
Nel caso di tutti questi autori il canovaccio è simile: il libro viene costruito insieme all'editore che si incuriosisce alla loro storia, pone domande per chiarire meglio il racconto, sollecita i ricordi del protagonista e di come sia approdato al successo, evidenzia il passato che si proietta nel futuro. Nessuna delle domande viene riportata nel testo, così da lasciare l'autore unico protagonista di un racconto piacevole e intrigante quanto non mai.
Ecco allora che, mentre la grande editoria è sempre più appiattita in una noiosa uniformità di titoli banali e insignificanti, da un piccolo straordinario editore-imprenditore emerge l'affascinante richiamo dell'innovazione, un richiamo che si esprime in una collana di invenzioni esaltanti perché tutte legate alla meravigliosa avventura dell'esistenza.


Il Corriere Laziale, 8 giugno 2001, pag. 7

Il caso Majorana secondo Erasmo Recami

Franco Vivona

Sebbene siano passati molti anni dalla scomparsa dello scienziato Ettore Majorana, è sempre viva la curiosità intorno a questo caso. Il Prof. Erasmo Recami - laureato in fisica e docente presso le università di Catania e Bergamo - ha ricostruito con pazienza certosina e con una vasta documentazione originale l'intera vicenda, con indagini e ricerche che lo hanno impegnato per molti anni. Ha così anche avuto la possibilità di allacciare rapporti con numerosi scienziati di tutto il mondo, allo scopo di raccogliere interessanti testimonianze e trovare risposte adeguate. Tutto questo si trova scritto nel libro, con estremo rigore e con grande capacità espressiva. Per le sue ricerche su Ettore Majorana, l'autore ha anche ottenuto il premio "Storia della Fisica-2000". Il CNR entra in buona parte nella vita scientifica di Ettore Majorana, in quanto per sei mesi, prima a Lipsia e poi a Copenhagen, lo scienziato usufruì di una borsa di studio proprio nel CNR, con la quale ebbe modo di confrontare le proprie teorie con alcuni valorosi colleghi dell'epoca, il più illustre dei quali era il prof. Heisenberg, dell'istituto di Fisica Teorica dell'Università di Lipsia. Per concludere, un libro molto interessante, che si legge con piacere e con emozione, sia per i famosi personaggi che lo animano e lo rendono molto attuale, sia per l'aspetto intrinseco - quasi da libro giallo - legato alla mai chiarita scomparsa del grande scienziato italiano.


Jekyll, giugno 2001, recensioni

Majorana, genio immaturo

Angelo Mastroianni


"Il caso Majorana - Epistolario, documenti, testimonianze" di Erasmo Recami (Di Renzo Editore, 2000, pagine 273, 12.39 €)
"Non allarmarti. Segue lettera. Majorana". Questo inquietante telegramma proveniente da Palermo fu ricevuto la mattina del 26 marzo 1938 da Antonio Carrelli, direttore dell'Istituto di fisica dell'Università di Napoli. Il mittente era il giovane professore di fisica teorica Ettore Majorana. Poco dopo l'arrivo del telegramma, infatti, Carrelli riceveva una lettera da Napoli in cui Majorana affermava di aver "preso una decisione che era ormai inevitabile" e chiedeva di perdonarlo per la sua "improvvisa scomparsa". Un biglietto per la famiglia, rimasto a Napoli nell'albergo dove Majorana alloggiava, conteneva un più esplicito riferimento alla morte. Il giorno dopo (il 27 marzo) Carrelli riceveva una seconda lettera da Palermo in cui Majorana confermava che non era accaduto nulla: "Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo Bologna". Non se ne seppe più nulla. Se fosse ancora vivo, Majorana avrebbe oggi 95 anni.
Con questo libro, già pubblicato da Mondadori nel 1991 e riproposto da Di Renzo con pochissime e irrilevanti differenze, Recami ricostruisce il caso Majorana arricchendolo con informazioni sulla sua facoltosa famiglia e sui suoi straordinari risultati scientifici. In più, all'epoca della prima edizione, il libro presentava almeno due novità importanti rispetto alle altre biografie di Majorana esistenti: l'approfondimento della pista argentina e la pubblicazione del suo epistolario.

Chi era Ettore Majorana
"Da lontano appariva smilzo, con un'andatura incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi vivacissimi e scintillanti: nell'insieme, l'aspetto di un saraceno". Così Edoardo Amaldi ricordava l'ingresso di Majorana nell'Istituto di fisica di via Panisperna a Roma, nel 1927. Lo accompagnava l'amico comune Emilio Segrè per presentarlo al 'maestro' Enrico Fermi, da poco chiamato a Roma come primo professore di fisica teorica in Italia. Amaldi e Segrè avevano parlato spesso con Fermi di questo ragazzo catanese conosciuto alla facoltà di ingegneria, brillante e ipercritico, molto timido ma capace di fare miracoli con la rapidità e l'intelligenza dei suoi calcoli.
L'abilità matematica di Ettore si era manifestata fin dall'infanzia, quando veniva 'mostrato' a parenti e amici come un bambino prodigio. Divenne poi un ragazzo a suo modo allegro, generoso, capace delle esperienze spericolate tipiche di tutti i giovani. Dotato di un raffinato senso dell'umorismo e dell'ironia, acuto nelle osservazioni e nei discorsi di cultura generale, ferratissimo anche in letteratura e filosofia (amava particolarmente Pirandello), al di fuori dell'ambiente di studio Majorana era ben inserito nella sua compagnia e aveva un rapporto abbastanza normale con la famiglia. Quando invece era nel suo mondo, alle prese con le equazioni e le teorie della fisica, Ettore mostrava i lati contraddittori della sua personalità indecifrabile. Ne sono esempi tipici il suo rapporto con Fermi e con la scienza ufficiale.

Majorana e Fermi: due geni diversi
Fin dal primo giorno in istituto Majorana contrappose la sua mente rigorosa, 'pura', tipica del matematico o del fisico teorico al genio di Fermi, più 'semplice' e fenomenologico. Doveva fare un certo effetto assistere alle gare di calcolo tra questi due scienziati: Fermi col suo inseparabile regolo intento a riempire lavagne di formule, Ettore voltato verso il muro lo sfidava con un foglietto e una penna. Fermi invece non si sentiva affatto in competizione, anzi, contravvenendo alla severità di giudizio che lo contraddistingueva, considerava Majorana superiore a se stesso. Una volta, dopo averlo definito un genio "come Galileo e Newton", Fermi aggiunse: "Majorana aveva quello che nessun altro al mondo ha; sfortunatamente gli mancava quel che invece è comune trovare negli altri uomini, il semplice buon senso".

Majorana e la fisica
Recami sembra condividere l'espressione di Sciascia secondo cui Ettore "portava" la scienza. A volte forse come un peso, altre volte invece con una naturalezza sfrontata. Questa spavalderia contrastava nettamente con la sua proverbiale modestia e con la riluttanza a pubblicare le sue idee lungimiranti. In quei casi Majorana diventava eccessivamente autocritico, quasi timoroso. C'è un esempio emblematico di questo atteggiamento: Majorana aveva intuito alcuni aspetti della natura del nucleo atomico, ma non aveva ascoltato i consigli di Fermi che lo aveva invitato a scrivere un articolo. Si decise solo dopo le insistenze di Werner Heisenberg, che intanto aveva pubblicato una teoria nucleare analoga. Fermi avrebbe voluto parlarne a un convegno, ma Majorana disse che avrebbe acconsentito solo a patto di non essere citato e di attribuire le sue idee a un altro! Naturalmente Fermi non accettò.
All'istituto Ettore trascorreva molto tempo in biblioteca, preferendo il lavoro solitario allo spirito di gruppo che rese celebri i ragazzi di via Panisperna. Fu l'unico a non lavorare in collaborazione diretta con Fermi, pur essendo il solo in grado di interagirvi alla pari. Nella sua breve carriera scientifica Majorana pubblicò dieci articoli, tutti di altissima classe. Dalle sue lezioni all'Università di Napoli (pubblicate da Bibliopolis nel 1987 assieme a dei frammenti di questo libro, all'epoca in fase di pubblicazione) emerge una visione della meccanica quantistica estremamente moderna, anche dal punto di vista didattico.

Dopo la scomparsa
Majorana aveva lavorato alle sue lezioni con grande impegno fino all'ultimo. Solo due mesi prima di sparire si dichiarava gratificato per quella cattedra (ottenuta fuori concorso "per l'alta fama di singolare perizia", con Fermi in commissione) ed era anche soddisfatto di alcuni studenti, che gli sembravano "risoluti a prendere la fisica sul serio". Dubbi più rilevanti sulla sua fine li desta il prelievo degli stipendi arretrati per una somma di circa 10 mila dollari di oggi. Molte le voci che hanno contribuito ad alimentare il suo caso: Majorana avrebbe chiesto ospitalità in convento; sarebbe stato visto a Catania; sarebbe emigrato in Argentina. Quest'ultima pista, che presenta elementi interessanti e abbastanza credibili, viene ricostruita nei dettagli fino all'ipotesi di coinvolgimento nelle vicende dei desaparecidos.
È interessante notare come neanche in quelle tragiche lettere da Palermo in cui decideva della sua sorte, Majorana rinunciò ad affiancare il suo dramma ("il mare mi ha rifiutato") al suo stile ironico ("non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente"). Visto il personaggio, non c'è motivo di credere che il suo caso si risolverà facilmente, né che sia giusto farlo. Piuttosto sarebbe un grande e meritato tributo riportare alla luce, se ancora esistono, le carte che Majorana affidò alla sua studentessa Gilda Senatore prima di prendere la sua decisione e che forse contenevano gli studi che stava portando avanti in completo isolamento. Quanto alle ragioni del suo malessere interiore, potremmo aiutarci con le parole che lo stesso Ettore scrisse a un amico in tempi non sospetti, col suo solito stile semiserio: "Né devi credere che sia impossibile che mi venga un accidente nel fiore dell'età; al contrario, abbilo per molto verosimile. Infatti io sono stato fin dalla nascita un genio ostinatamente immaturo".


Il Tempo, 25 ottobre 2001, Cronaca di Roma, pag. 35

Marzo 1938: Ettore Majorana scompare


[…]
QUATTRO IPOTESI PER UN GIALLO – suicidio, ritiro in convento, fuga in Argentina o rapimento
[…]La fuga in Argentina . È sostenuta dal professor Erasmo Recami, docente di Fisica all’Università di Bergamo (Il caso Majorana, Di Renzo Editore, Roma 2000). La presenza di Majorana a Napoli, successiva al viaggio per Palermo, è testimoniata da alcune persone: il Superiore della Chiesa del Gesù Nuovo, secondo cui un giovane era venuto a chiedere di essere ammesso fra loro; un religioso del convento di S. Pasquale di Portici, che disse la stessa cosa; la sua infermiera. La quale affermò di averlo visto ai primi di aprile mentre veniva su da Santa Lucia. L’avvio alla ricerca da parte di Recami fu dato dalla pubblicazione su Oggi (n.41, 14 ottobre ’78) di un articolo di Gino Gullace. Vi si leggeva che il fisico cileno Carlos Rivera, ospite a Buenos Aires nella pensione della signora FrancesTalbert, aveva scoperto che il figlio Tullio Magliotti era amico di «un famoso fisico italiano», Ettore Majorana. «Majorana ha detto a mio figlio che se ne andato dall’Italia perché non gli piaceva Enrico Fermi. Anzi, ha detto di più: che di Fermi non voleva sentire neppure il nome». L’indomani Rivera parte. Quattro anni dopo torna a Buenos Aires, ma madre e figlio sono scomparsi, forse per ragioni di opposizione e Peròn. Lo stesso Rivera, nel 1960, apprenderà da un cameriere dell’Hotel Continentale della capitale argentina che il fisico Majorana si recava lì di tanto in tanto e che anche lui scriveva formule sui tovaglioli di carta.[…]


LE TESTIMONIANZE – Qualcuno lo vide in giro per Buenos Aires
Erasmo Recami ne «Il caso Majorana» pubblica documenti attestanti9 la presenza di Majorana in Argentina, anni dopo la sua scomparsa dall’Italia. Ecco la dichiarazione ricavata da «Oggi» di Carlos Rivera, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università Cattolica di Santiago: «Nel 1950 andai a Buenos Aires con mia moglie e presi alloggio presso la pensione di una signora, Frances Talbert. Questa signora aveva un figlio laureato in ingegneria elettrica Tullio Magliotti. Il giorno precedente alla mia partenza per la Germania stavo nella mia camera e scrivevo. Mi occupavo delle leggi statistiche di Majorana, il cui nome era scritto a grossi caratteri su uno dei miei fogli. La signora Talbert vedendo quel nome, esclamò: “Majorana? Ma questo è il nome di un famoso fisico italiano che è molto amico di mio figlio! Infatti si vedono spesso…”. La conversazione fu interrotta da una telefonata del figlio. Forse non gli piacque che la madre avesse parlato con me di Majorana, e che io volessi incontrarlo. La signora Talbert infatti non ritornò da me per riprendere la conversazione e poiché l’indomani io dovevo imbarcarmi per la Germania non potei incontrare suo figlio né riprendere il discorso con lei».
Taormina, estate del 1974. La signora Blanca de Mora, vedova dello scrittore guatemalteco Asturias premio Nobel per la Letteratura, nel corso di una conversazione dice: «Ma come mai vi ponete dei problemi su Majorana? A Buenos Aires lo conoscevamo in tanti: fino a che vi ho vissuto, lo incontravo a volte in casa delle sorelle Manzoni, discendenti del grande romanziere».
Recami annota: «La signora Blanca Asturias era stata a Buenos Aires fino agli inizi degli anni Sessanta. Le sorelle Eleonora (matematica) e Lilò (letterata), forse discendenti di Alessandro Manzoni, vi tenevano un salotto culturale: Ettore era un amico di Eleonora, la matematica».
[…]


ricerca & futuro – rivista del Consiglio Nazionale delle Ricerche, n.21, novembre 2001, pag.95

Majorana: un caso tuttora aperto

Franco Vivona (CNR Tor Vergata)


Sebbene siano passati molti anni dalla scomparsa dello scienziato Ettore Majorana, è sempre viva la curiosità attorno a questo caso.
Il Prof. Erasmo Recami - laureato in fisica e docente presso le Università di Catania e di Bergamo – ha ricostruito con pazienza certosina e con una vasta documentazione originale l’intera vicenda, con indagini e ricerche che lo hanno impegnato per molti anni. Ha così anche avuto la possibilità di allacciare rapporti con numerosi scienziati di tutto il mondo, allo scopo di raccogliere interessanti testimonianze e trovare risposte adeguate.
Tutto questo si trova descritto nel libro, con estremo rigore e con grande capacità espressiva. Per le sue ricerche su Ettore Majorana, l’autore ha anche ottenuto il premio “Storia della Fisica-2000”.
Il CNR entra in buona parte nella vita scientifica di Ettore Majorana, in quanto per sei mesi, prima a Lipsia e poi a Copenhagen, lo scienziato usufruisce di una borsa di studio proprio del CNR, con la quale ha modo di confrontare le proprie teorie con alcuni valorosi colleghi dell’epoca, il più illustre dei quali è il prof. Werner Heisenberg dell’Istituto di Fisica Teorica dell’Università di Lipsia. (Il caso Majorana, Di Renzo Editore)


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